Calzaturificio diffuso

Cosa calzavano i  bederesi nella prima metà del ‘900?


La vicina città era rinomato per il suo calzaturificio, ma la gente del popolo certo non poteva permettersi quelle scarpe, almeno per l’uso quotidiano.


Nelle foto di rappresentanza, scattate con gli abiti della festa negli studi fotografici di Varese, anche i nostri nonni e bisnonni calzavano scarpe, ma nel dirlaù, nel giorno lavorativo, le risparmiavano, riservandole solo alle grandi occasioni e lucidandole, riparandole, risuolandole perché durassero una vita.

Le calzature abituali sull’acciottolato del paese erano gli zoccoli: i zocur. La suola era di legno, la tomaia di stoffa o di cuoio. Si potevano comperare, ma per lo più si lavoravano in casa con seghe, sgorbie e raspe, a partire da ciocchi di legno, nei lunghi pomeriggi d’inverno accanto al focolare. Il legno di pioppo, pobia, era il più adatto, per la leggerezza. Qualcuno, più abile, lavorava la suola, sagomandola in modo da renderla più graziosa. Ma l’appoggio rigido conferiva comunque un tono austero all’andatura e l’impiantito di casa, e ancora di più il selciato della via, risuonava del ticchettio del legno. Se il terreno richiedeva buona presa, meglio procedere con gli zoccoli in mano. Stessa soluzione per avvicinarsi non uditi, con passo felpato e silenzioso.

 

La cerimonia rituale della processione al Sacro Monte si svolgeva in due tempi distinti. La prima fase, di avvicinamento, si concludeva poco oltre la Rasa, passato il cimitero. In questo primo tratto i signori e i dignitari si trasferivano in carrozza, i popolani a piedi e gli arredi sacri sui carretti. Arrivati lì, nella vecchia casa degli Ogliati - che avevano il mulino giù nella valle dell’Olona - si sistemavano i carri, si depositavano gli zoccoli e si calzavano le scarpe, per maggior decoro. Quindi si allestiva la processione e si imboccava il sentiero diretto alla prima cappella. Il corteo procedeva poi lungo la strada delle cappelle e fino al santuario di Santa Maria del Monte. Gli zoccoli aspettavano giù, venivano recuperati e indossati sulla  via del ritorno.

 

Gli zoccoli potevano trasformare in oggetti offensivi. Le mamme minacciavano i bambini disobbedienti  impugnando uno zoccolo:

 

-        Ven scià che tei ciapet!

-        Vieni qua le prendi!

 

Storia vecchia. Su un vaso greco del museo archeologico di Taranto, datato al 360 A.C., c’è Afrodite che minaccia Eros con lo zoccolo in mano: tale e quale.


Un modo di dire diffuso, per indicare la contrarietà di una moglie al comportamento del marito, con promessa di rivalsa serale:

 

-        Stasira la va a ris e zocur

-        Stasera va a riso e zoccoli

 

Come dire, stasera a cena ti aspetta il piatto che meriti: riso e zoccoli, scherno e ostilità.

 

Proverbiale  a Bedero restò l’esortazione del parroco di Rancio, venuto a celebrare messa prima, infastidito durante la funzione dal ticchettare degli zoccoli, denotante una certa impazienza:

 

-        Oh dunett, sti fermi cun ‘sti zucurett!

-        Oh donnette, state ferme con questi zoccoletti!

 

Nonostante le difficoltà, tutta la gente comune usava gli zoccoli, su qualsiasi terreno e in qualsiasi stagione, grandi e piccoli.

 

Pier Elia ricorda che i suoi zoccoletti di bambino si rompevano sempre ed era solito frequentare la bottega del calzolaio, bagatt, per mettere e rimettere i ribattini, che univano la tomaia alla suola. Ricorda anche un modello diverso di zoccolo, ur zabrüc. La solita suola di legno veniva in questo caso dotata di una tomaia chiusa. Lui ricorda di averne realizzato un paio ricavando la parte superiore da un paio di vecchi scarponi. Questa calzatura, che proteggeva il piede in modo più completo, era utilizzata per esempio per i lavori di stalla.

 

Battista ci propone  alcune foto di famiglia e i suoi ricordi.

 

Prendo spunto dal bel ricordo di Elena B. pubblicato su questo sito per ritornare indietro nel tempo, a quando nella mia infanzia ho indossato per parecchi anni gli zoccoli di legno.

Ho trovato nelle mie raccolte due belle immagini.


In questa foto, risalente alla fine degli anni ’30, una sorridente compagnia di ragazze bederesi calza con disinvoltura gli zoccoli sulla neve. Tra di esse, la seconda da destra è mia mamma Rosetta.


In questa seconda foto, degli anni ’40, in primo piano a sinistra ci sono io e calzo gli zoccoli. Erano portati da quasi tutti anche nei mesi invernali, quando nevicava copiosamente.

Gli zoccoli venivano confezionati principalmente in famiglia, ma mio nonno Evaristo, che era falegname, li produceva anche per altre persone. Quelli indossati nelle foto erano fatti con la tomaia in listini di cuoio.

Bedero era un paese contadino e gli zoccoli erano le calzature per eccellenza.

Il regista Ermanno Olmi realizzò il film “L’albero degli zoccoli” mettendo in luce l’importanza, in quella società contadina di un tempo, di quel tipo di calzatura, adatta per la sua economicità alla gente povera di allora.

 

***

Nel dopoguerra si abbandonò gradualmente la calzatura in legno, e così declinò l’abilità di muoversi con calzature rigide anche su terreni difficili, allenando caviglie indistruttibili.

 

 

14 marzo 2025, Battista C. e Laura V. 

Caduti: Aurelio Tavelli, 18 anni

Si può immaginare un dolore più grande della perdita di un figlio?
Sì, il susseguirsi dei lutti. 

L’ultima vittima bederese della Seconda guerra mondiale è Aurelio, fratello minore di Anselmo, il caduto di cui si è parlato in gennaio.

Intervistammo Donato in proposito l’anno scorso. Pochi mesi dopo anche il nostro testimone ci avrebbe lasciati.

 

“Ricevetti la comunicazione della morte di Anselmo Tavelli molto tardi, durante il mio mandato da sindaco, nel 1994. Dopo più di trent’anni, finalmente una notizia certa, ad annullare il titolo di disperso che lo aveva designato fino a quel momento. Niente del genere è mai arrivato a chiudere la storia del suo fratello minore, Aurelio. Fu deportato nel 1944, io fui testimone della sua cattura. Non so dare una collocazione temporale più precisa all’episodio. Di lui non si seppe più niente.

 

Aurelio era un mio compagno, eravamo quasi coetanei: io del 1927, lui del 1926. Nei giorni di festa, capitava che noi ragazzi di Bedero si andasse tutti assieme al cinema a Varese. 


Quella volta c’era Aurelio e c’ero anch’io. Ci sedemmo in piazza XX settembre per aspettare l’orario dello spettacolo. Eravamo lì e ci accorgemmo che stavano chiudendo le vie tutt’attorno. Erano quelli della TODT, un'organizzazione tedesca che si occupava del reclutamento dei giovani. Rastrellavano i giovani e li mandavano a lavorare in Germania.


Varese, piazza XX settembre, anni '30


Nel 1940 il monumento
ai caduti venne spostato

 in piazza dell'Impero, oggi
piazza della Repubblica


 

“Bloccano le strade! Fanno una retata!”

Tutti cercammo di scappare. Io saltai al volo su un tram in corsa e me la cavai così. Lui fu preso e non se ne seppe più niente. Probabilmente aveva già compiuto i 18 anni, quindi risultava renitente alla leva della Repubblica Sociale di Salò. Io avevo un anno in meno, non ero ancora in età di leva. Ma se mi avessero catturato, che fine avrei fatto?

 

A Bedero si sparse la notizia. Maria, la mamma di Aurelio, si mise in strada e raggiunse Varese a piedi. Lo cercò, glielo fecero vedere per un ultimo saluto. Era già caricato su un convoglio, pronto a partire per il lavoro coatto in Germania.

Il fratello Mario raccontava ai figli che dalla Germania arrivò una lettera. Anselmo aveva sempre sbuffato davanti al suo piatto di minestra: proprio non gli piaceva. Ma in quella lettera c’era scritto: “Com’era buona la tua minestra, mamma!”

Finì la guerra, tornarono via via i reduci, tornò perfino la salma di un caduto, l'Elia. Maria  attese e sperò invano il ritorno dei suoi due figli dispersi.


Un giorno, tornando da scuola, la sorellina Rita trovò la mamma sulla soglia di casa, seduta sui gradini e sconvolta dal pianto. Seppe che era giunto un reduce, un ragazzo di Arcisate che era stato in Germania con Aurelio. Riferì che era stato ucciso in un bombardamento.


La casa della famiglia Tavelli
negli anni '40


E così, Maria seppe di Aurelio, e forse sperava ancora che nel bombardamento il compagno lo avesse solo perso di vista…

E per tutta la vita non seppe niente di Anselmo, e forse sperava che prima o poi sarebbe tornato…


Dei suoi dieci figli, uno era nato morto, un altro era morto bambino. Subito dopo la guerra, nel 1946, le morì un’altra figlia giovinetta, affetta da una malformazione cardiaca: tre sepolture sulle quali appoggiare il proprio dolore.

Per i due figli dispersi in guerra, nemmeno quello. Solo il buio di un destino misterioso e incerto.

 

Ma nel cuore
nessuna croce manca


da San Martino del Carso,
Giuseppe Ungaretti



Appunti storici

 

Bando Graziani - Con il nome di Bando Graziani furono chiamati una serie di bandi di reclutamento militare obbligatorio, destinati ai giovani italiani nati negli anni tra il 1916 e il 1926, emanati dal Ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana, Rodolfo Graziani, per la costituzione del nuovo esercito della RSI.

 

Il primo di questi bandi venne emanato il 9 novembre 1943: riguardava i giovani delle classi 1923, 1924 e 1925. Il suo scarso successo costrinse ad un secondo bando, emanato da Graziani il 18 febbraio 1944: chiunque delle classi di leva indicate non si fosse presentato entro quindici giorni sarebbe stato punito con la pena di morte “mediante la fucilazione al petto”.

 

Seguivano altre dure sanzioni: decorsi tre mesi di latitanza, al renitente sarebbero stati confiscati e sequestrati tutti i beni. Inoltre altre minacce per  “chiunque dà rifugio, fornisce vitto o comunque presta assistenza”: sarebbe stato anch'egli passibile di pena di morte, mediante “fucilazione alla schiena”.

 

Si calcola che in questo modo furono richiamati alla leva all'incirca 180.000 giovani ma, di essi, solo 87.000 si presentarono: tutti gli altri disertarono e molti di loro fuggirono, unendosi a formazioni partigiane.

 

Il 14 maggio 1944 fu emanato un ultimo bando Graziani, con il quale venivano chiamati all'arruolamento anche i nati del primo semestre 1926. Più che dalle esigenze militari della Repubblica di Salò,  sembra che il bando fosse stato emanato su pressione dei tedeschi, che avevano assoluto bisogno di inviare forza lavoro in Germania.

 


Organizzazione Todt - Nella sua testimonianza dal vivo, Donato dice che quel giorno a Varese il rastrellamento era fatto dall'organizzazione Todt.

 

Questa organizzazione, nata in Germania nel 1934 ad opera di un ingegnere civile, aveva avuto da Hitler il compito di realizzare una grande rete di autostrade, assorbendo così una parte della disoccupazione. I suoi compiti si erano progressivamente allargati, con la guerra, a sostenere lo sforzo bellico tedesco.

 

Nei territori occupati, e quindi anche in Italia, l'organizzazione Todt aveva il compito di ripristinare l'efficienza stradale dopo i bombardamenti.

Il lavoro veniva svolto con reclutamenti volontari permanenti (era un modo per sfuggire alla leva), o con rastrellamenti stradali, sempre più frequenti.

 

I reclutati in modo coatto venivano portati in campi di raccolta, per limitarne il più possibile la fuga: teoricamente dovevano essere impiegati nel lavoro in Italia.

Nel corso del 1944 avvenne però che in molte circostanze, documentate, ed in molti luoghi della repubblica di Salò, a volte con l'intervento diretto di unità della Wehrmacht, migliaia di loro furono deportati in Germania e, nel caos degli ultimi anni di guerra, di molti si persero le tracce.

 


EPILOGO

Da "M l'ora del destino" - Antonio Scurati, Bompiani 2024


Non è lecito in nessun modo dimenticare o disconoscere che gli italiani combatterono da aggressori e invasori ovunque il fascismo li avesse condannati a uccidere e a morire: in Grecia e in Albania, in Nord Africa, in Jugoslavia e in Russia. Questa certezza non deve, però, impedirci di ricordare anche che la sciagurata, scriteriata, pervicace volontà fascista di schierare i nostri padri e i nostri nonni al fianco dei carnefici nazisti finì per trasformare in vittime, oltre agli aggrediti, anche gli aggressori. Un intero popolo precipitato nel mattatoio della storia. Il nostro popolo.



7 febbraio 2025, Laura V. e Maria Teresa V., testimonianza di Donato M., storie famigliari riportate da Gabriella T.

La Shoah è passata di qui

Le leggi razziali del 1938 dispiegarono i loro effetti nefasti anche qui da noi. È certa la cattura e deportazione di un uomo ebreo, sfollato qui a Bedero. Ne hanno già data testimonianza Donato e Teresina. Andrea aggiunge:

 

A proposito del signore ebreo di Bedero, la mia prozia Tilla, quando era bambino, mi aveva raccontato questo: era un professore, che suonava anche il violino, che aveva trovato rifugio nella corte dei Comini, in particolare nella casa della Maria. Non usciva quasi mai per non farsi vedere. Finché un giorno, forse su spiata di qualche bederese fascista, venne una camionetta con quattro o cinque camice nere che lo portarono via a forza, con lui che si dimenava disperato.

 

Questa, invece, è la storia della cattura di Goti Bauer, deportata ad Auschwitz nel 1944, sopravvissuta. Ha reso testimonianza per molti anni nelle scuole, dove anch’io ho potuto udire questi fatti narrati dalla sua viva voce.

Il testo che segue è tratto dall’intervista della giornalista Daniela Padoan, pubblicata nel libro Come una rana d’inverno - Tascabili Bompiani.



Era il primo maggio – racconta la Bauer – e verso le sei di sera, dopo aver aspettato in un bar, ci affidarono a due guide. Erano i famosi passatori, contrabbandieri che conoscevano tutti i sentieri di montagna per arrivare al confine. Ogni sera gli venivano affidati una quindicina di persone. Da Varese ci portarono in tram fino a Ghirla e, per ore e ore, su è giù per quei sentieri di montagna. Noi con la massima fiducia abbiamo affrontato quella traversata notturna. A un certo punto verso le quattro e mezza di mattina, questi due ragazzetti molto premurosi, ci hanno detto: “siete arrivati, dovete attraversare solo quel ponticello, sollevare quella rete. Non possiamo venire con voi, per cui vi salutiamo qui”. Si sono girati, hanno emesso un fischio e a quel punto alla nostra destra si sono accese delle luci. C’era una casermetta da cui sono usciti dei finanzieri che hanno sparato per aria e ci hanno gridato che eravamo in arresto.

Il posto dove siamo stati arrestati si chiama Cremenaga, esattamente sul confine. Il nostro arrivo era già stato segnalato ai tedeschi che avevano il loro quartiere generale a Ponte Tresa.

Per approfondire la storia di Goti Bauer e degli ebrei fiumani in fuga vedi qui

27 gennaio 2025,  Andrea M. e Laura V.

Caduti: Anselmo Tavelli, 25 anni

Anselmo è arrivato in paese già da un po’, con la sua famiglia, dalla Valtellina, ha tanti fratelli e sorelle. A Bedero si trova bene, agli amici si dichiara un aggregato al vostro bel Bedero.

Con i suoi coscritti si adopera per la festa di Sant’Antonio: Natalina se lo ricorda abbracciato a fasci di agrifoglio, mentre conficca i rami nella neve, per decorare le vie e la piazza del paese, com’è usanza negli anni ’30.

L’amicizia con Dante, un altro ragazzo del paese, si cementa quando entrambi partono per la guerra. Si trovano insieme, ed è una fortuna quando si è lontani da casa: si adoperano l’uno per l’altro come fratelli.

 

Insieme partono per il fronte russo. Insieme si attestano, con la loro compagnia, sul fronte del Don. A settembre 1942, Dante cade ferito in un combattimento.

 

È rimasto ferito da una scheggia di una bomba di mortaio nel braccio destro e un pochettino nella schiena (da una lettera di Anselmo alla mamma di Dante)

 

Dante, dopo quasi tre mesi di ricovero e di cure, il 29 di novembre 1942 riprende il servizio sul fronte del Don, partecipa alla ritirata di Russia e torna in Italia nel maggio 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, fugge a Bedero. Come si evince dai suoi appunti, ripara subito in Svizzera: il confine è vicino e, al di là, c’è un pezzo della sua famiglia, zii e cugini, a cui può chiedere assistenza.  Nel periodo svizzero Dante conoscerà, frequenterà e sposerà la cugina Gritli. Così finisce la guerra di Dante.

Particolare interessante: Dante e Gritli sono entrambi nipoti di Marino Borsotti, il nostro Caduto di cui si è scritto il mese scorso, morto in prigionia sul fronte africano nel1942.


Dagli appunti di Dante

 

Ma riavvolgiamo il nastro al settembre 1942, con Dante ferito e ricoverato in un ospedale da campo.

Il suo intimo amico Anselmo, come lui stesso si definisce, si adopera per confortarne i congiunti. In un primo momento, di sicuro in accordo con Dante, scrive alla sorella e vorrebbe nascondere l’accaduto alla mamma, per evitare ansia e preoccupazioni.

 

Quello che io voglio raccomandarvi è di non far sapere nulla a papà e mamma, tenetevi tutto segretamente per voi (da una cartolina di Anselmo alla sorella di Dante)

 

Addirittura, Dante dall’ospedale, a dieci giorni dal ferimento, manda una cartolina di saluti e non accenna all’incidente. Anzi, fa una battuta di spirito, giocando sul significato della parola “Don”: lui che si trova ferito sul fronte del Don, augura a chi sta a casa una buona festa di “don”, la festa della Madonna di fine settembre, che si celebra a Bedero.


20-9-1942 Vi mando tanti saluti e auguri per la prossima festa di “Don”. Di salute sto bene e così pure spero di voi tutti. Ricevete tanti baci con un abbraccio dal vostro Dante

 

 

Ma la mamma viene a sapere l’accaduto, si macera nell’angoscia, scrive ad Anselmo implorando notizie. E questa, riprodotta integralmente, è la lettera di Anselmo, che ne delinea i tratti e la personalità: un ragazzo generoso.


P. M. 20                                         21-10-1942

 

Distinta signora

 

Sono in possesso della vostra lettera in data 9-10 e vi rispondo subito, onde tranquillizzarvi, in merito alla salute del vostro caro figlio e mio intimo amico Dante. Comincio col dirvi che so, a quanto mi pare di averlo già accennato nella mia precedente, che doveva essere trasferito ad un altro ospedale, e difatti lo fu, qualche giorno fa. Da quando lo vidi per l’ultima volta prima che fosse trasferito era migliorato assai, ed ora mi ha scritto l’altro ieri dicendomi di star tranquilli, che tutto andava bene, gli ho risposto ed avrò di giorno in giorno sue notizie.

Non sto a narrarvi quanto grande sia stato il mio dolore quando seppi che era ferito. Non potei andare subito a trovarlo, mi fece avvisare due volte, io mi consumavo dalla rabbia, ero stato comandato di servizio proprio fin quel momento e non ho potuto disertare. Lo andai a trovare il giorno dopo. Il giorno della nostra festa non ho potuto stargli accanto nemmeno un’ora, per motivi di servizio, ho dovuto allontanarmi per un periodo di 5 giorni. Me lo disse poi la sera che tornai: che bella festa quest’anno!

Non l’avrete certamente passata troppo bene neanche voialtri certamente.

In quanto al dirvi tutto, tutto già sapete, è rimasto ferito da una scheggia di una bomba di mortaio nel braccio destro e un pochettino nella schiena. Nulla di grave. Sono spiacente che adesso non lo posso più vedere, ma per lui è stato meglio.

Andare là dove ora si trova significa star più bene, può guarire più presto ed avere anche la speranza di un po’ di convalescenza.

Non voglio tanti ringraziamenti, perché sappiamo che oggi è lui e domani mi posso trovare io nelle sue stesse condizioni, e quindi… Del resto non ho fatto niente, neanche la millesima parte del mio dovere.

Cara signora, non c’è nulla da scusare in quanto alla libertà di darmi del tu, mancherebbe altro. In merito all’indirizzo suo, se non vi ha già scritto ve lo scrivo io:
D. B. 38 Fanteria, Ospedale da campo n. 828, P. M. 102

Quindi mi raccomando, calma, e non pensate troppo male. Il suo morale è sempre alto. Da parte mia la salute è sempre ottima, novità vi è che il clima comincia a irrigidirsi, facendo sentire i suoi effetti. Contraccambio i saluti ad ambedue le vostre figlie.

Vi ringrazio tanto per i saluti unitimi da parte di mia mamma, che tanto pensa per me. Se mi scriverete di nuovo, mi farete un favore a dirmi se Dante vi ha scritto, perché mi sembra che vi abbia già inviato qualche riga, scritta da lui stesso.

Ed ora vi lascio speranzoso che Iddio lo protegga e lo salvi da ogni pericolo, Iddio ascolterà le vostre preghiere e ve lo farà tornare presto in grembo alla famiglia sano come prima e per di più pieno di gloria.

Ricevete cordiali saluti estensibili a tutti i vostri cari da parte di un aggregato al vostro bel Bedero.

 

Anselmo Tavelli

P. S. scusatemi il mal scritto

 

 

La lettera è dell’ottobre 1942. La guerra di Anselmo continua, e il peggio deve ancora arrivare.

 

Come ci raccontano i libri di storia, lo schieramento italiano si estende lungo il Don per 300 km. L’inverno è alle porte, i soldati non hanno un equipaggiamento adatto al clima, l’Armata rossa contrattacca e, il 19 dicembre, viene dato ai soldati italiani l’ordine di ripiegamento: inizia la drammatica ritirata, che deve aprirsi una via di fuga nello sbarramento sovietico, attraverso la sanguinosa battaglia di Nikolajewka, del 26 gennaio 1943.

 

Tavola di Stefano Turconi, dal libro  LA TERRA, IL CIELO, I CORVI

 

Alla fine della campagna di Russia, solo la metà dei soldati italiani inviati su quel fronte fa ritorno. I superstiti che rientrano sono minati nel corpo e nello spirito: tra essi, gli scrittori che daranno testimonianza dell’inferno russo, come Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern. C’è anche Dante e un altro nostro compaesano, Elia Martinoli, che cadrà pochi mesi dopo, all’indomani dell’armistizio, rifiutando di consegnare le armi ai tedeschi, ormai forza di occupazione.

Mancano all’appello 90.000 uomini: non si hanno cifre precise di quanti di questi uomini siano morti in battaglia, o a causa di congelamento, o spossatezza durante la ritirata, o quanti siano stati fatti prigionieri. Vengono definiti “dispersi”: la loro sorte non è nota. I reduci raccontano di un’armata che si ritira in disordine attraverso la steppa congelata, di soldati e muli che camminano tra una isba e un villaggio, attraverso mitragliamenti aerei, attacchi di carri armati e la morte per sfinimento, a meno quaranta gradi.


Tavola di Stefano Turconi, dal libro  LA TERRA, IL CIELO, I CORVI

 

Raccontano di tanti e tanti uomini lasciati indietro. Ma anche di atti di compassione e umanità dei contadini sovietici, che danno soccorso e riparo ai fuggitivi. Le famiglie dei dispersi sono in preda all’angoscia, ma sperano ancora nel rientro dei loro cari.


Tavola di Stefano Turconi, dal libro  LA TERRA, IL CIELO, I CORVI

 

Poiché l’URSS non ha aderito alla convenzione di Ginevra, durante il conflitto non si ha nessuna notizia sul numero e sulla sorte dei prigionieri catturati.

Alla fine della guerra, tra il ’45 e il ’46 e in qualche caso ancora più tardi, circa 10.000 soldati italiani prigionieri vengono restituiti dall’URSS. Essi riceriscono delle condizioni di privazione estrema subite durante la cattura, le marce di trasferimento, la prigionia.

 

Le famiglie di quelli che non tornano restano in bilico, nell’incertezza. Il caduto presenta una fine certa, un lutto da assumere ed elaborare. Il disperso rappresenta piuttosto un’assenza, caratterizzata da sospensione e angoscia, a cui non si può dare un luogo, un tempo, un’immagine, una rappresentazione.

A Bedero viene composta la lapide del cimitero, su di essa non compare Anselmo Tavelli. Per scaramanzia, non lo si vuole ancora citare tra i caduti. Forse c’è ancora un soffio di speranza.

Ma sebbene notizie ufficiali siano ancora lungi a venire, infine il suo nome verrà iscritto sul monumento del leone.

 

Solo negli anni ’90, con la disgregazione dell’ex URSS, si aprono gli archivi sovietici e si comincia ad avere notizie certe della sorte dei prigionieri di guerra italiani. Molti di loro sono morti di stenti nei campi di prigionia russi. Anselmo è tra questi.  

 

Ecco che si può ricostruire l’ultimo atto della guerra di Anselmo: il nostro ragazzo viene fatto prigioniero, probabilmente durante la ritirata. Sopravvive alla dura marcia di trasferimento e giunge a destinazione, a Tiomnikov. Qui muore il 5 febbraio 1943, a 25 anni. 


Campi innevati a Tiomnikov


Tiomnikov è una piccola cittadina della regione di Mordovia, meno di novemila abitanti. Qui era  ubicato il campo di prigionia n. 58. C’erano in realtà più campi di prigionia. Gli italiani erano al 58/8 in località Astrachanzen-Liev. Ne morirono addirittura 4329, una strage causata soprattutto da tifo e malattie intestinali. Sono tutti sepolti in una fossa comune, in zona Moloschnitsa.

 


Mosaico commemorativo al campo 5B, Tiomnikov



Con Anselmo, abbiamo terminato la rassegna dei Caduti del monumento del leone. Ma l'elenco delle vittime della Seconda guerra mondiale non è ancora completo: ne parleremo ancora il prossimo mese.


3 gennaio 2025, Laura V.

Caduti: Marino Borsotti, 44 anni

-"Era sposato con una tedesca e aveva un figlio,” - raccontava Natalina.  -“Dopo la guerra la sua famiglia è rimasta in Germania, perciò a Bedero se ne conserva tenue memoria: solo la targa al Navell, dove la piazzetta gli è stata intitolata.


Gli alpini conservano in una cornice la foto della sua sepoltura nei pressi di Nairobi, Kenya, scattata da Donato durante un suo viaggio.



Sembrava davvero difficile avere notizie di questo caduto, quando è arrivato un aiuto insperato da Susan, che ricostruendo una storia famigliare, è entrata in contatto con Marco, un nipote del nostro Caduto, che ha fornito immagini e informazioni.

 

Marino nasce nel 1898 a Davos, Svizzera, da genitori bederesi, Innocente e Teodolinda. Non si sa per certo, ma è probabile che anche Innocente sia uno di quei “costruttori di Bedero” che, in quel periodo, viaggiano per l’Europa e gestiscono cantieri importanti. Nella maggioranza dei casi si tratta di spostamenti stagionali. In questo caso no: probabilmente Innocente ha trovato buone opportunità di lavoro e si trasferisce con la famiglia a Davos, dove nascono sei figli.

 

Marino è un bambino bellissimo. La foto che ci propone Marco è a colori: un originale rielaborato, come quella di copertina e altre a seguire.



Il piccolo cresce, si impegna negli studi: a sedici anni ottiene un diploma di scuola tecnica. Poi scoppia la guerra, la Prima guerra mondiale. La lapide dice “due volte volontario in guerra”, quindi si suppone che il suo arruolamento sia volontario. Sarà vero? Allo scoppio della guerra, Marino ha solo diciassette anni.



Comunque, partecipa alla guerra del '15-'18 e ne torna sano e salvo.

Da qui in avanti, si dipana la sua vita civile: di mestiere fa l’imprenditore edile in Germania, a Saarbrücken. In questa città conosce Helena e nel 1929, a 31 anni, la sposa.  Una foto mostra Marino, con moglie e figlio bambino, nel 1933 in visita a Bedero.
Ma il matrimonio non è sereno. Marino si allontana, Helena alleva il figlio Carlo da sola.


Scoppia la Seconda guerra mondiale e, come dice la lapide, Marino parte volontario per la seconda volta. Può darsi che i dissapori familiari siano la causa di questa nuova partenza.

Non sappiamo dove viene impegnato. Le tracce ricompaiono in un campo di prigionia in Est Africa, da dove scrive una lettera al figlio Carlo.
La sua identificazione: POW 76321, camp 356.

Muore in prigionia il 25 ottobre 1942.

6 dicembre 2024, Laura V.